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giovedì 17 settembre 2009

Un originale street photography di H.C. Bresson per 8000$

Se hai 8.000$ da spendere puoi provare ad aggiudicarti un’originale di questa fotografia di Henri Cartier-Bresson.

Questo è quanto riportato ieri da Massimo Cristaldi, a cui rimando per una esauriente descrizione della fotografia in questione.
Si tratta di “Behind the Gare Saint-Lazare” uno dei più famosi scatti di Bresson, il padre della Street Photography, nonchè uno dei più grandi fotografi del secolo appena trascorso.
Guardando l’immagine puoi notare come la sua bellezza derivi dal contenere dentro di sé un istante speciale, giocando allo stesso tempo con le caratteristiche stesse della fotografia.
Osserva l’uso delle simmetrie, la perfetta composizione e il leggero effetto sfuocato che caratterizza il soggetto principale e che da un tocco di dinamismo all’equilibrio complessivo dell’opera.

Infatti, come abbiamo già visto, la Street Photography privilegia l’importanza del momento decisivo, per dirla alla Bresson, tant’è che il suo libro più importante si intitola “Il momento decisivo“.
Se sei curioso ecco un e-book con tutte le foto contenute nel libro.
Se invece hai un sacco di soldi o sei solo curioso di sapere quanto valgono gli scatti di un Maestro ecco un altro sito dove poter acquistare degli originali di Bresson.

Quali altre caratteristiche pensi che abbiano contribuito a fare di questa fotografia un autentico capolavoro?

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Quando fotografare equivale a molestare

La Corte suprema di Cassazione ha pronunciato una sentenza in base alla quale il reato di molestia (art. 660 Codice penale), viene a configurarsi anche nel caso in cui vengono riprese fotografie della parte offesa e dei suoi ospiti – contro la loro volontà – nelle parti comuni del condominio. Tali parti sono state ritenute “spazi aperti al pubblico” dal momento che hanno diritto di accedervi sia i condomini che i loro ospiti. Questo il testo della sentenza della Suprema Corte:

Cassazione Penale, sez.I, 9 marzo 2009 n. 10409

FATTO E DIRITTO. Il Tribunale di Messina condannava A.G. alla pena di euro 200 di ammenda per il reato di cui all'art. 660 c.p.. Riteneva che il comportamento dell'imputato consistito nello scattare fotografie nei confronti della parte offesa e dei suoi ospiti, contro la loro volonta', mentre si trovavano nello spazio antistante la loro abitazione, costituisse gli estremi della molestia.Avverso la decisione presentava appello, poi convertito in ricorso, l'imputato e deduceva violazione di legge in quanto il comportamento tenuto non poteva configurare il reato di molestie in quanto non era avvenuto ne' in luogo pubblico ne' in luogo aperto al pubblico, visto che lui si trovava nel terrazzo di casa sua e la parte lesa nel suo giardino; inoltre, le fotografie non erano state scattate per petulanza o biasimevole motivo ma per un contenzioso civile e la condotta non aveva assunto il carattere dell'abitualita'. La Corte ritiene che il ricorso debba essere rigettato. Quanto al primo motivo deve rilevarsi che per luogo aperto al pubblico deve intendersi anche le parti comuni di un condominio in quanto la facolta' di accesso appartiene sia ai condomini sia ai loro ospiti e nel caso di specie sembra che proprio di parti comuni si trattasse e di un diritto di passaggio (Sez. 3 14 dicembre 2007 n. 6434, rv. 239277). Inoltre il reato di molestie non deve assumere carattere necessariamente abituale e puo' essere realizzato anche con una sola azione di per se idonea a recare molestia e nel caso di specie scattare fotografie a tutti coloro che si trovavano in quel luogo configurava il delitto (Sez. 19 aprile 2008 n. 17787, rv. 239848). Infine del tutto irrilevanti sono i motivi che avevano indotto l'imputato ad agire, visto che ai fini del dolo e' sufficiente la coscienza e volonta' di tenere una condotta molesta (Sez. 130 aprile 1998 n. 7051, rv. 210724).(omissis) La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Art. 660 C.P. Molestia o disturbo alle persone

Chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l'arresto fino a sei mesi o con l'ammenda fino a lire un milione.

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mercoledì 16 settembre 2009

La Street Photography

Dare una definizione esaustiva della street photography non è semplice. Si potrebbe cominciare dicendo che è un genere fotografico, più precisamente un genere di reportage. La street photography è infatti l’istantanea della vita urbana osservata per strada nella sua quotidianità e nei suoi molteplici aspetti: l’ironia, la tragedia, l’imprevedibilità, la bellezza ed anche la crudeltà.

Le immagini di questo genere fotografico sono lo specchio della società, delle persone che la compongono, catturate durante la vita di tutti i giorni da qualche occhio attento alle sfumature dell’umana commedia che va in atto negli spazi pubblici. Essere uno street photographer significa entrare in sintonia con la vita, percepirne gli umori, gli odori, i colori, viverla con intensità per poi cercare di rappresentarla solo dopo averla assorbita.

Henri Cartier-Bresson, che con le sue immagini ha contribuito alla nascita della street photography, disse che per cogliere attraverso l’obiettivo i momenti decisivi della vita è necessario porre sullo stesso piano mente, occhio e cuore. Un’attitudine che, sempre secondo le parole del celebre fotografo, richiede prontezza, disciplina, sensibilità e senso geometrico. Per chi volesse approfondire l’argomento, ecco alcune interessanti risorse.

- storia e tecnica e aspetti legali della street photography (da wikipedia, in inglese)
- In-public, rivista per street photographer (in inglese)
- risorse da un gruppo di Flickr
- The decisive moment (gruppo di Flickr)

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Willy Ronis, la fotografia come un romanzo


Si è spento il cantore dell’umanità parigina.
Amico di Capa e Doisneau, il celebre fotografo aveva 99 anni

CORRISPONDENTE DA PARIGI

Le mie sono fotografie che potrebbero fare tutti. Io sono un uomo qualunque che va in giro e fissa il riflesso dello spettacolo della strada». Ecco chi era Willy Ronis: nell’atmosfera perennemente plasmatrice di Parigi due innamorati alla Bastiglia, una peniche che passa sotto il ponte di Arcole, il furto di un cavolfiore su una bancarella o il riso di un vigneron. Aveva la gentilezza dei modi che i francesi un tempo, quando la possedevano, chiamavano esprit. Davvero un «umanista» che si è spento ieri ad un passo dal compiere un secolo; la sua opera è il contrario dello scoop. Occorre dire altro?


Né intruso né voyeur. Semmai romanziere della foto, e della grana fine di cui son tessute le pagine di Balzac e di Maupassant: «quello che succede nella strada è per me un balletto»; e ancora «Io cerco il contenuto in una forma». Fuoco, tenerezza, penetrazione. E il dono di toccare il destino che si nasconde in ogni cosa, raccolto in se stesso. Allora un altro aggettivo fuori moda: classico. Sì, per Ronis una foto era ben riuscita quando assomigliava ad un quadro. C’è da stupirsi se lo trattarono, i moderni, gli innovatori, da «superato»? E lui rispendeva placido con la saggezza del patriarca citando Romain Gary: «Meglio avere il cuore un po’ stupido che non avere cuore».


Eppure da bambino sognava di diventare musicista, suonava il violino seguiva corsi di armonia; a otto anni quando la madre lo portò a ascoltare Debussy, raccontava, «tornai a casa con la febbre e dovettero mettermi a letto». Ma il padre, immigrato ucraino aveva aperto un negozio di fotografia; il suo destino cambiò. Fotografo dunque, nella Francia del trentasei, con il fronte popolare che riempiva le piazze: «Mio padre mi ha salvato: sarei diventato un compositore mediocre e lo avrei sopportato male». Niente sinfonie, in strada; nei quartieri popolari di Belleville e Ménilmontant, palcoscenico della gente semplice che vi si pigia, le atmosfere calorose ai bordi della Marna, i bistrot popolari, e poi una tenerezza struggente per gli innamorati, visi di ragazze da baciarsi con cautela e sapendo che basta un bacio per creare un legame; eroi di tal fatta che non si vedono mai abbastanza e restava poco posto per i paesaggi e le nature morte, nessuno per notabili e ricchi. E sempre rigorosamente in bianco e nero. Era come Stendhal: ciò che amava osservare in una città erano gli uomini.


L’altro suo grande maestro era il Louvre, «dove si era formato l’occhio» e la sua fotografia si è impregnata dei maestri fiamminghi del Grand Siècle e di Bruegel: «C’è sempre questa luce alla Rembrandt che mi trafigge». Ronis ha raramente lasciato Parigi e la sua banlieue, ancor più raramente la Francia. Fu amico di Robert Capa e di Chim Seymour, fondatori della agenzia Magnum; loro raccontarono la guerra di Spagna, come gli uomini possano essere uccisi ma non sconfitti. Era quello il suo unico rimpianto: «non ho mai avuto l’atteggiamento da avventuriero, Capa e Chim erano liberi e celibi, io non volevo creare una vedova e un orfano; non sono mai stato lontano da casa per più di dieci giorni». Il suo rischio era al contempo più domestico e più terribile: vedere una foto delinearsi davanti all’obbiettivo, sentire il cuore che batte «come al cacciatore in agguato, prepararsi alla promessa della vita che viene fissata, sentirsi invadere dal dolore quando tutto sfuma». Tutta la sua vita è stato questo, sessanta anni tra foto su ordinazione e quelle scattate all’avventura, centomila immagini. Doisneau e il suo bacio ne oscurarono la fama. E lui «Robert era una specie di cugino per me, un gran bravuomo!».


Non ha mai appartenuto a una redazione, a un sogno, quello comunista, sì: quando molti abiurarono disgustati dalla grande delusione sovietica lui rimase tenacemente «à gauche» e le sue immagini, diceva con orgoglio, erano un atto di militanza «per una società più fraterna». Non erano solo parole: gli Anni Sessanta furono i più difficili, una ondata di giovani fotografi con le loro astrazioni concettose lo aveva già messo in soffitta; eppure ruppe con Life, il suo migliore cliente. Gli chiedevano soggetti sociali e non voleva che venissero usati orientandoli politicamente.

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