Willy Ronis, la fotografia come un romanzo
Si è spento il cantore dell’umanità parigina.
Amico di Capa e Doisneau, il celebre fotografo aveva 99 anni
CORRISPONDENTE DA PARIGI
Le mie sono fotografie che potrebbero fare tutti. Io sono un uomo qualunque che va in giro e fissa il riflesso dello spettacolo della strada». Ecco chi era Willy Ronis: nell’atmosfera perennemente plasmatrice di Parigi due innamorati alla Bastiglia, una peniche che passa sotto il ponte di Arcole, il furto di un cavolfiore su una bancarella o il riso di un vigneron. Aveva la gentilezza dei modi che i francesi un tempo, quando la possedevano, chiamavano esprit. Davvero un «umanista» che si è spento ieri ad un passo dal compiere un secolo; la sua opera è il contrario dello scoop. Occorre dire altro?
Né intruso né voyeur. Semmai romanziere della foto, e della grana fine di cui son tessute le pagine di Balzac e di Maupassant: «quello che succede nella strada è per me un balletto»; e ancora «Io cerco il contenuto in una forma». Fuoco, tenerezza, penetrazione. E il dono di toccare il destino che si nasconde in ogni cosa, raccolto in se stesso. Allora un altro aggettivo fuori moda: classico. Sì, per Ronis una foto era ben riuscita quando assomigliava ad un quadro. C’è da stupirsi se lo trattarono, i moderni, gli innovatori, da «superato»? E lui rispendeva placido con la saggezza del patriarca citando Romain Gary: «Meglio avere il cuore un po’ stupido che non avere cuore».
Eppure da bambino sognava di diventare musicista, suonava il violino seguiva corsi di armonia; a otto anni quando la madre lo portò a ascoltare Debussy, raccontava, «tornai a casa con la febbre e dovettero mettermi a letto». Ma il padre, immigrato ucraino aveva aperto un negozio di fotografia; il suo destino cambiò. Fotografo dunque, nella Francia del trentasei, con il fronte popolare che riempiva le piazze: «Mio padre mi ha salvato: sarei diventato un compositore mediocre e lo avrei sopportato male». Niente sinfonie, in strada; nei quartieri popolari di Belleville e Ménilmontant, palcoscenico della gente semplice che vi si pigia, le atmosfere calorose ai bordi della Marna, i bistrot popolari, e poi una tenerezza struggente per gli innamorati, visi di ragazze da baciarsi con cautela e sapendo che basta un bacio per creare un legame; eroi di tal fatta che non si vedono mai abbastanza e restava poco posto per i paesaggi e le nature morte, nessuno per notabili e ricchi. E sempre rigorosamente in bianco e nero. Era come Stendhal: ciò che amava osservare in una città erano gli uomini.
L’altro suo grande maestro era il Louvre, «dove si era formato l’occhio» e la sua fotografia si è impregnata dei maestri fiamminghi del Grand Siècle e di Bruegel: «C’è sempre questa luce alla Rembrandt che mi trafigge». Ronis ha raramente lasciato Parigi e la sua banlieue, ancor più raramente la Francia. Fu amico di Robert Capa e di Chim Seymour, fondatori della agenzia Magnum; loro raccontarono la guerra di Spagna, come gli uomini possano essere uccisi ma non sconfitti. Era quello il suo unico rimpianto: «non ho mai avuto l’atteggiamento da avventuriero, Capa e Chim erano liberi e celibi, io non volevo creare una vedova e un orfano; non sono mai stato lontano da casa per più di dieci giorni». Il suo rischio era al contempo più domestico e più terribile: vedere una foto delinearsi davanti all’obbiettivo, sentire il cuore che batte «come al cacciatore in agguato, prepararsi alla promessa della vita che viene fissata, sentirsi invadere dal dolore quando tutto sfuma». Tutta la sua vita è stato questo, sessanta anni tra foto su ordinazione e quelle scattate all’avventura, centomila immagini. Doisneau e il suo bacio ne oscurarono la fama. E lui «Robert era una specie di cugino per me, un gran bravuomo!».
Non ha mai appartenuto a una redazione, a un sogno, quello comunista, sì: quando molti abiurarono disgustati dalla grande delusione sovietica lui rimase tenacemente «à gauche» e le sue immagini, diceva con orgoglio, erano un atto di militanza «per una società più fraterna». Non erano solo parole: gli Anni Sessanta furono i più difficili, una ondata di giovani fotografi con le loro astrazioni concettose lo aveva già messo in soffitta; eppure ruppe con Life, il suo migliore cliente. Gli chiedevano soggetti sociali e non voleva che venissero usati orientandoli politicamente.
Etichette: street photography, Willy Ronis







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